lunedì 1 settembre 2014

Favoleggiando

                                 Un vecchio tronco a volte può far immaginare cose mai viste

Somewhere in British Columbia -  by - Paola

Il mese scorso mi è accaduto un fatto stranissimo. Stavo camminando per la strada, quando sentii uno strano brontolio, un fastidioso borbottio.
Mi voltai a destra e a sinistra, guardai in su e in giù ma non vidi nulla.
Eppure quel rumore era lì, anzi diventava sempre più forte man mano che mi avvicinavo ad un grande albero di salice piangente tutto frondoso e verde.
Andai più vicino piano piano, guardandomi intorno. A dire la verità ero un po’ impaurita e forse mi sentivo anche un po’ pazza, sentivo una voce e non vedevo nulla!

Adesso ero lì sotto l’albero, i suoi rami mi accarezzavano la testa e la voce era sempre più vicina.
Mi abbassai, e in ginocchio feci il giro dell’albero e vidi due occhi gialli sbarrati che mi guardavano attaccati ad un viso di un grosso cane rugoso.
“Ma i cani non parlano” pensai ad alta voce 
“Certo che parlano” mi rispose una voce un po’ rauca, “e cantano e ballano anche. Che ti credi?”
“Sono proprio impazzita”, gridai. E feci per scappare tappandomi le orecchie ma il cane fece un grande balzo e mi bloccò la strada.
“Aiutami, per favore! Ho tanto bisogno di aiuto! Non sopporto più questo vecchio salice che piange e piange. Devi aiutarmi a liberarmi di lui”.
Guardai il vecchio salice, mi sembrava bellissimo, il sole stava tramontando e faceva capolino tra i rami verdi.
“Perché vuoi liberartene? A me sembra così bello” esclamai.
Il cane mi guardò con due occhi allibiti, mi girò intorno annusandomi e mi disse: “Cosa, bella? Ma lo hai guardato bene? E’ vecchio e brutto e pure antipatico?” 
Guardai di nuovo l’albero e mi chiesi come potesse un albero essere antipatico.
“Perché?” chiesi allora al cane. 
“E una lunga storia, mi rispose “ ma se hai tempo e voglia posso raccontartela. Siediti qui vicino a me.”
Mi sedetti e il cane cominciò a raccontare.
“Tanto tempo fa ero un bellissimo bambino e venivo sempre qui a giocare sotto questo albero, i suoi rami mi facevano ombra ed era proprio bello ripararsi lì sotto. Nessuno poteva vedermi e io potevo nascondere lì sotto tutti i miei preziosi segreti. Per nascondere i miei tesori dovevo però scavare e scavare e così giorno dopo giorno arrivai a toccare le radici del vecchio salice.
Devi sapere, continuò il cane rugoso, che le radici sono la forza di quest’albero e toccarle lo fa soffrire molto.
Lui me lo disse, una, due, tre, quattro, cinque, mille volte, ma io non lo ascoltai e continuai a scavare giorno dopo giorno dopo giorno.
“E cosa è successo poi” chiesi sempre più curiosa.
“Beh, un bel giorno l’albero mi disse che se non avessi smesso di scavare mi avrebbe fatto una magia.”.
Io stupidamente pensai che gli alberi erano alberi e che non potevano fare magie, ma pensai anche che stavo parlando con un cane e che forse tutto era possibile.
“Cosa ti fece?” chiesi sempre più incuriosita.
“Una cosa spaventosa, incredibile! I rami cominciarono a girare vorticosamente, un vento terribile mi fece alzare da terra, vidi le mie mani trasformarsi in zampe e il mio corpo riempirsi di peli.
Poi caddi a terra e rimasi lì immobile, spaventato a morte. Provai ad urlare, ma dalla bocca mi uscì solo un sacco di bava ed un terribile guaito. Ero diventato un cane. E per di più un cane brontolone.”
“Brontolone in che senso?” chiesi.
“Brontolone nel senso che non faccio che lamentarmi, vorrei giocare con i miei amici ma non posso, vorrei farmi un tuffo nel mare ma non so nuotare, vorrei mangiare la pizza ma non so tagliarla. Che altro posso fare se non brontolare?”
Rimasi seduta senza parlare, povero cane rugoso e povero albero. Avrebbero potuto vivere insieme da buoni amici e invece guarda cosa era successo.
Pensai a cosa potevo fare, mi sarebbe piaciuto avere una bacchetta magica per poter rimettere tutto a posto.
Far tornare il cane bambino e farlo ridiventare amico dell’albero.
Ma le bacchette magiche non esistono o forse sì!
Chiesi al cane di pensare alla cosa più bella e chiesi all’albero di fare lo stesso.
Strano, entrambi pensarono la stessa cosa: lo vidi chiaramente. Pensavano ad un giorno d’estate e ad un bambino che giocava sotto un salice frondoso.
E allora la magia era fatta il cane capì che doveva trattare bene l’albero e l’albero capì che il cane aveva pagato abbastanza.
Si alzò un vento forte e io e il cane fummo sollevati tra turbini di polvere ma riuscii a vedere che il cane non c’era più e al suo posto era tornato il bambino.
Cademmo a terra e allora il bambino mi chiese: “ Ma tu chi sei, una fata?” 
Sorrisi e pensai che a volte un pensiero felice può fare una grande magia.
Mentre mi allontanavo il bambino e il salice parlavano tra loro, contenti.