giovedì 19 gennaio 2017

Invisibile

io, milioni di anni fa
Camminava lenta, sotto la pioggia, soppesando un passo dietro l’altro quasi i piedi fossero troppo pesanti e facessero troppa fatica a staccarsi dal terreno, non pensava a nulla o forse pensava solo ad una frase di un libro che sempre leggeva e che diceva più o meno così: 
“..poichè un cuore che cerca, sente bene che qualcosa gli manca; ma un cuore che ha perduto, sa di cosa è stato privato””. 

Lo ripeteva quasi fosse un mantra, passo dopo passo.

Pensava in quell’ora della sera. Pensava al suo primo ricordo, non quello che gli altri le avevano raccontato ma proprio il suo: il primo istante della vita che era stato solo suo e che lei non avrebbe mai dimenticato.
Nella sua mente iniziò il racconto di quel giorno di primavera in cui vide una farfalla, una di quelle tutte colorate che non si vedono spesso in città; provò ad avvicinarsi, piano piano,  passo dopo passo, sempre più vicino, il respiro si faceva più veloce mentre tendeva la mano per sfiorarla, aspettando da un momento all’altro che la farfalla volasse via, ma nulla rimaneva ferma, sbattendo solo un poco le ali e fu allora che capì.
La farfalla rimaneva lì aggrappata a quel fiore perché non si accorgeva della sua presenza, lei era invisibile e la farfalla non poteva vederla.

E da questo preciso momento pensò che ho cominciato a capire di essere diversa. Diversa come la prima foglia di autunno che cade, mentre le altre la osservano ancora attaccate solide ai rami, diversa come la neve di marzo che fa gli sberleffi alla primavera,  diversa perché invisibile.
E poi sì era andata a scuola, e c’era pure un banco per lei ma agli altri appariva sempre vuoto quel banco. 
Poi un giorno un bambino le rivolse la parola, mentre leggeva sotto un albero…un bambino buffo, con i capelli che parevano una nuvola arruffata.

Parlarono, si arrampicarono, risero quel  giorno e poi lui  se ne andò e lei rimase a leggere sotto l’albero, ancora una volta invisibile.

Spesso si chiedeva se esistesse veramente magari era solo l’immagine dipinta su un quadro, la visione di un pittore.
Ma era fatta così, le toccava stare in piedi, a bocca aperta a discutere con la vita, anche se con la vita si fatica a discutere, sei così e ti devi accontentare  mica come le farfalle che prima erano bruchi.

Pensava e camminava, passo dopo passo, non pioveva più. Il cielo era colore del vino scuro. Così decise, in un attimo decise. Aumentò il passo. Sapeva che doveva andare a cercare quel bambino con i capelli di nuvole che per un giorno solo l’aveva vista.